soggetto: impresentabile / sceneggiatura: birra / direttore della fotografia: caso
ROMA, 2011
In questo panorama di altissima competizione s’inserisce lo spettacolo andato in scena ieri: Chiaberge parla, Mirella Sorry interviene, Chiaberge esprime prima il suo dissenso poi il suo stupore per la stupidità condensata nella zolletta di neuroni dell’interlocutrice, Mirella Sorry chiude il suo intervento con un sorriso d’assenso. Cazzo ridi?
Fin qui nulla di nuovo: dalla bocca della Sorry nessuno si è mai aspettato commenti con un significato, specie quando gli invitati a lezione erano Calabresi, D’agostino, Sangiuliano e, in tempi più recenti, Pierluigi Battista. Chiaberge però non solo non lavora per un giornale deficiente, ma gestisce PERSINO una pagina culturale e questo deve essere sembrato una sfida alle orecchie della Sorry. Il regolamento del nostro corso di laurea impone una proporzionalità inversa tra intelligenza dell’invitato e le domande postegli.
Così la seducente autrice di celebri interviste a domicilio, come quella a Federico Moccia o quella ad Ascanio Celestini con le parole dell’attore che contraddicevano con precisione svizzera le sue, ha lanciato il cervello oltre l’ostacolo, in terra, con sprezzo del pericolo di non riuscire a sottrarlo mai più alle formiche. Mai più.
“I bravi scrittori non riescono ad emergere” ha detto la Sorry “E sti cazzi, se vai a fare le interviste a Moccia, te credo..” avrebbe voluto replicare l’uditorio tutto davanti allo sguardo basito del giornalista de Il Fatto Quotidiano. Poi il botto. La Lady Gaga della minchiata ha provato a dare un’analitica interpretazione dell’assenza di Roberto Saviano dalle librerie: “Ha il blocco dello scrittore”. Certo, e Craxi è fuggito ad Hammamet perchè amava la Tunisia.
Con Riccardo Chiaberge fottutamente imbarazzato era chiaro che tutto questo già sarebbe bastato per elevare la credibilità del nostro corso di laurea a quella di Gargamella presso il consesso dei puffi. Ma la Sorry, si sa, non si tira mai indietro e proprio quando il peggio sembrava passato, proprio quando tutti ci guardavamo indietro boccheggiando per la fatica e per la vergogna lei disse:
“Il libro di Saviano avrebbe potuto scriverlo chiunque leggendo qualcosa in biblioteca”.
Come se poi i “Ridenti” e i “Peti disarmati” non potessero essere stati scritti dopo una buona puntata di “Cotto e Mangiato”...
Vista la fama che grazie ai contatti della Sorry (contatti?? ora li chiamano così???) il nostro corso si sta facendo, non sarà poi il caso di stupirci se, quando porteremo il curriculum ad importanti testate giornalistiche, una smorfia di dolore comparirà sul volto dell’esaminatore leggendo “Editoria e Scrittura”. E chiuderemo il cerchio: se la Sorry oggi assomiglia ad un’integralista della stupidità che grida “viva l’anticomunismo” prima di ogni lezione, tra noi e la tartaruga, domani, non ci sarà proprio nessuna differenza.

T.T.
Il biglietto per mia madre era sul tavolo: sono andato a rastrellare i molisani, torno per pranzo, con disegnato alla buona un cartina dell’Italia con un buco sopra la Puglia. Controllai di avere il documento per passare i controlli in tranquillità. Ispezionai le tasche per vedere se c’era tutto ciò che serviva. Chiamai il mio alibi per verificare fosse sveglio e pronto a reggermi il gioco. La posta in palio era alta e le precauzioni non mi sembrarono affatto scontate.
- Vittorio, ci sei?
- Sì. Ma se ci scoprono sono cazzi.
- Non ci pensare, sarà come invadere l’Alsazia. Me lo sento.
- Hai sentito anche La Merda?
Gaetano La Merda lavorava per la compagnia telefonica. Aveva il compito di cancellare il traffico dal mio telefono per quelle due ore e fare in modo che il mio telefono, in caso di tentativo di rintracciamento, risultasse muoversi velocemente a lisca di pesce per le strade della città. Dovevo pur sempre rastrellare.
Anche Gaetano era operativo: toccava a me.
Andò tutto per il meglio. Tutto liscio senza sbavature. Ero contento, l’avevo fatta franca, il mondo mi sorrideva dopo settimane di tensione in cui avevo dovuto conciliare il timore di non farcela con la paura di venire scoperto. In preda ad emozioni allucinogene ripercorsi il viale di casa immaginandomi figure mitologiche come centauri, meduse e professori ordinari che attraversavano la strada; chimere e corsidilaurea volteggiavano tra i pioppi e dalle case di marzapane e crediti uscivano omini graziosi festosi e tirocinanti.
Ma alle soglie di casa il sogno si ruppe.
Vittorio e Gaetano erano imbavagliati e legati ai ciliegi nel giardino. Navarro, il filippino, non appena mi scorse chiamò mia madre dentro casa. Uscirono tutti e due. Mio padre era scuro in volto, anzi livido, un Idris del rancore con le mani in tasca per precauzione e mia madre nascondeva le lacrime dietro la spalla del marito. Era finito tutto. Sapevano.
- Dove sei stato - chiese mio padre senza porre domande.
- Credo tu lo sappia, Idris - risposi con un rantolo d’orgoglio.
- Invece no! Non lo so! E anzi voglio che quelle fottute parole escano dalla tua bocca di ladro, voglio che ti vergogni davanti a tutti e che strisci per implorare il mio perdono, voglio che impari una volta per sempre, voglio che il biasimo della collettività ti faccia passare questo vizio!
Mia madre ritenne elegante sintetizzare l'acredine.
- Ci fai schifo.
- Avanti, sputa!
- Cosa aspetti, merda? - anche i vicini avevano preso parte alla lapidazione.
- CHE COSA HAI FATTO, BUGIARDO? DILLO!
Non c’era più nulla da fare e Budda mi era testimone che avevo tentato tutto il possibile, che mi ero anche umiliato e anche che stavolta sarebbe stata davvero l’ultima. Così feci un gran respiro, dilatando le narici andai incontro alla vergogna inossidabile e mi preparai a cancellare una parte della mia vita.
- Mamma. Papà. Ho fatto l'idoneità linguistica.
